mercoledì 23 dicembre 2009

Potere e violenza

Pur non condividendo totalmente questo articolo, specie per quanto concerne l'idea che TUTTE le violenze umane sono SEMPRE frutto dell'organizzazione sociale, dimenticando quindi le possibili connotazioni psico-patologiche di qualche determinato atto di violenza, ritengo interessanto sopporlo alla vostra attenzione:
"Una persuasione comune, in voga negli ambienti della cosiddetta “sinistra radicale”, evoca l’idea di una spirale “guerra-terrorismo” che, così come viene convenzionalmente definita, costituirebbe una minaccia incombente sull’intero genere umano.

Tuttavia, tale apparente dicotomia non rappresenta e non offre un’effettiva alternativa tra due differenti opzioni, ma al contrario rivela due facce della stessa medaglia. In effetti si tratta di un mostruoso parto gemellare generato dal medesimo sistema, un’economia di guerra e di riarmo che ha un incessante bisogno della violenza organizzata in varie forme, per rigenerarsi e perpetuarsi all’infinito.

Da questo meccanismo perverso discende la necessità di una sorta di produzione su scala industriale della violenza, del delitto, del “mostro”, che serve quale facile e comodo capro espiatorio atto giustificare ed approvare la richiesta, da parte dell’opinione pubblica (nazionale e internazionale), di nuovi interventi armati da compiere sia all’interno che all’esterno della società capitalistica guerrafondaia.

In tal modo si creano e trovano una precisa ragion d’essere i vari Saddam Hussein, Bin Laden & soci, i cosiddetti “criminali” che diventano una sorta di spauracchio ufficiale, perfettamente funzionale ad una logica di riproduzione della violenza legalizzata, volta a conservare e perpetuare i rapporti di comando e subordinazione esistenti all’interno (su scala nazionale) e all’esterno (su scala globale) della società affaristica borghese imposta dai bianchi occidentali.

Ogni anno, nel periodo di Luglio, si rinnova una sorta di rituale celebrazione durante la quale vengono rievocate le drammatiche giornate di Genova nel 2001, funestate dalle violenze della repressione poliziesca, dall’assalto alla scuola Diaz, dalle torture nel carcere di Bolzaneto, dall’assassinio di Carlo Giuliani, ecc. Qualcuno potrebbe obiettare che bisogna rammentare anche le violenze dei black-bloc, che sono anch’esse un parto degenere di un sistema sempre più marcio, putrido e incancrenito, capace di produrre in quantità industriale soprattutto “merci” come la violenza e l’odio, in quanto ne ha bisogno come l’aria che respiriamo, per poter giustificare la sua stessa esistenza.

Una violenza che scaturisce e si alimenta anche e soprattutto attraverso l’incessante opera di disinformazione e terrorismo psicologico, quotidianamente esercitata dai mezzi di comunicazione di massa per mantenere l’opinione pubblica in uno stato permanente di tensione e pressione, così come è accaduto in occasione della manifestazione anti-militarista svoltasi a Vicenza il 17 febbraio scorso. La risposta del movimento è stata fantastica, direi quasi sovrumana per la superiorità politica dimostrata, per la lezione di civiltà, di buon senso e di forza morale che ha saputo impartire, mettendo a tacere quanti avevano profetizzato e, in un certo senso, auspicato lutti e sciagure.

La violenza fa parte di una società che la disprezza e la demonizza quando a praticarla sono gli altri (in passato erano i Sovietici, i Cinesi, i Vietnamiti, i Cubani, oggi sono gli Arabi, gli islamici, oppure i negri, i proletari, gli oppressi in genere, e via discorrendo), ma viene autorizzata in termini di legge, di diritto e di potere istituzionale, quando essa è opera del sistema stesso, in quanto intervento armato necessario a mantenere l’ordine costituito all’interno (in termini di repressione poliziesca) e all’esterno (in termini di guerre, ovvero come gendarmeria internazionale).

In tal senso la violenza viene disapprovata quando è opera d’altri. Si pensi alla rivolta di massa che oltre un anno fa è esplosa con furore nella banlieue parigina, espandendosi rapidamente ad altre periferie urbane della Francia. Sempre in Francia, tempo addietro abbiamo assistito alla nascita di un movimento di protesta giovanile che ha assunto proporzioni di massa, simili, benché non paragonabili all’esperienza storica del maggio 1968, nella misura in cui le cause e il contesto erano senza dubbio differenti.

Per comprendere tali fenomeni sociali così complessi e difficili, occorre rendersi conto di ciò che sono effettivamente diventate le aree metropolitane suburbane in Francia (ma il discorso vale anche altrove, in Europa e nel mondo), cioè assurdi e ignobili luoghi di ghettizzazione e alienazione di massa.

Per capire bisognerebbe calarsi in quella realtà quotidiana dove il disagio sociale, il degrado urbano e morale, la violenza di classe, la precarietà economica e il vuoto esistenziale, la disperazione e l’emarginazione dei giovani (soprattutto di origine extracomunitaria) costituiscono il background materiale e ambientale che genera inevitabilmente esplosioni di rabbia e di guerriglia urbana.

Invece, tali vicende vengono bollate e vituperate in modo banale e superficiale come atti di “teppismo”, di “delinquenza” o addirittura di “terrorismo”, secondo parametri razzisti e classisti tipici di quella mentalità ipocrita e benpensante che da sempre appartiene alla borghesia bianca occidentale, non solo della Francia, ma dell’Europa e dell’intero occidente. Insomma, tutte queste vicende sono strettamente associate da un denominatore comune: la violenza, nella fattispecie la violenza istituzionalizzata e il monopolio di legalità imposto nella società.

Su tale argomento varrebbe la pena di spendere qualche parola per avviare un ragionamento storico, critico e politico il più possibile serio e rigoroso. Io voglio provarci, partendo ovviamente dal mio punto di vista e avvalendomi delle mie capacità analitiche, delle mie conoscenze ed esperienze.

La violenza, intesa come comportamento individuale, ha senza dubbio un fondamento più profondo e complesso, insito nella struttura sociale. Ad esempio, nella realtà delle società capitaliste, la violenza del singolo, la ribellione giovanile apparentemente priva di cause, l’alienazione, la follia, il vandalismo, oppure il teppismo negli stadi di calcio, la criminalità comune, la perversione di quei soggetti qualificati come “mostri”, sono sempre il frutto (marcio) generato da un’organizzazione sociale che ha bisogno di produrre odio e violenza; sono la manifestazione di un sistema storico-sociale che, per sua natura, crea conflittualità, contribuendo alla depravazione dell’animo umano che in tal modo viene ad essere intimamente condizionato dall’ambiente esterno.

Dunque la violenza non è una questione di malvagità o perversione individuale, ma è un problema sociale, è la facciata esteriore dietro cui si annida e si ripara la violenza organizzata della società, è lo strato superficiale e fenomenico sotto cui giace e s’incancrenisce la corruzione dell’ordine costituito.

In effetti, è alquanto difficile determinare e concepire la violenza come un comportamento istintivo ed etologico, naturale ed immutabile, dell’essere umano, in quanto è la natura stessa della società il vero principio che genera i cosiddetti “mostri”, i criminali, i violenti in quanto singoli individui, che sono spesso i soggetti più labili e vulnerabili sul piano psichico emotivo, che finiscono per diventare il “capro espiatorio” su cui si scaricano tutte le tensioni, le frustrazioni e le conflittualità insite, in forma latente, nell’ordinamento sociale vigente.

La visione che attribuisce alla “perfidia umana” la causa dei mali del mondo, è solo un’ingenua e volgare mistificazione. Il tema della violenza è talmente vasto e complesso da rivestire un’importanza centrale nell’ambito dello sviluppo storico dell’umanità. Sin dalle sue origini l’uomo ha dovuto attrezzarsi per fronteggiare la violenza esercitata dall’ambiente naturale in cui era inserito: il pericolo di aggressione da parte delle belve feroci, le avversità atmosferiche, le catastrofi e le sciagure naturali più raccapriccianti, quali terremoti, bradisismi, vulcanismi, frane, incendi, i suoi bisogni fisiologici da soddisfare, ossia la fame, la sete, la necessità di procreare e via discorrendo.

In seguito, con il trascorrere dei secoli l’uomo è riuscito a compiere un immane progresso tecnologico e materiale che lo ha affrancato dal suo primitivo asservimento alla natura, rovesciando il rapporto originario tra l’uomo e l’ambiente. Oggi, infatti, è soprattutto l’uomo che arreca violenza alla natura, ma la relazione rischia di invertirsi nuovamente, a scapito dell’uomo.

Durante la sua lunga evoluzione culturale e materiale l’umanità ha creato e conosciuto svariate esperienze di violenza: la guerra, la tirannia, l’ingiustizia sociale, lo sfruttamento, la fatica quotidiana per la sopravvivenza, il carcere, la repressione, la rivoluzione, fino alle forme più rozze ed elementari quali il teppismo, la prepotenza, la sopraffazione del singolo su un altro singolo.

Tuttavia, tali fenomeni così disparati, pur nella loro molteplicità e nelle loro apparenti contraddizioni, si possono ricondurre ad un’unica matrice causale, vale a dire la natura intrinsecamente violenta e disumana della struttura sociale e materiale su cui si erge l’organizzazione dei rapporti umani nel loro incessante divenire storico. La cui principale forza motrice risiede nella violenza della lotta di classe, nello scontro e nella competizione tra varie forze economico-sociali per instaurare il controllo e il dominio nella società. Tale scontro di classe si estrinseca sia sul terreno materiale, sia sul versante teorico-culturale, è una lotta per la conquista del potere politico-economico, ma anche per l’affermazione di un’egemonia ideologica all’interno della società.

Il problema fondamentale della violenza nella storia umana (che è scisso dal tema della violenza nel mondo preistorico) è costituito dall’ingiustizia e dalla violenza insite nel cuore delle società classiste. Le quali si fondano sulla divisione classista dei ruoli sociali e sullo sfruttamento materiale di una classe sul resto della società.

Solo quando lo sviluppo delle capacità produttive e tecnologiche della società avrà raggiunto un livello tale da permettere il superamento e l’eliminazione delle ragioni che finora hanno giustificato e determinato lo sfruttamento del lavoro servile e del lavoro salariato, l’umanità potrà compiere il grande balzo rivoluzionario che consisterà in un processo di liberazione dalla violenza dell’ingiustizia e dello sfruttamento di classe.

Ebbene, è un dato di fatto che tali condizioni, connesse al progresso tecnico-scientifico e alla produzione delle ricchezze sociali, siano già presenti nella realtà oggettiva, ma sono mistificate e negate dal persistere di un quadro, ormai obsoleto, di rapporti di supremazia e sottomissione tra le classi sociali.

In tal senso, il potere borghese non è mutato, i suoi rapporti all’interno e all’esterno sono sempre improntati e riconducibili alla violenza. Esso continua a reggersi sulla violenza, in modo particolare sulla forza bruta legalizzata di strutture e istituzioni repressive quali, ad esempio, il carcere, la polizia, l’esercito.

Nel contempo, il potere borghese ha imparato ad impiegare altre forme di controllo sociale, più morbide e sofisticate, addirittura più efficaci, come la televisione e i mass-media. Oggi, infatti, molti Stati capitalistici, soprattutto quelli più avanzati sul versante scientifico-tecnologico, sono gestiti e controllati non solo e non tanto attraverso i sistemi tradizionali della violenza legalizzata, cioè esercito e polizia, quanto soprattutto ricorrendo agli effetti di omologazione e alla forza alienante e persuasiva della televisione e dei mezzi di comunicazione di massa.

Naturalmente, il discorso sulla violenza non è per nulla concluso, né può esaurirsi in un breve esame come questo, giacché si tratta di un tema talmente ampio, difficile e controverso, da meritare molto più spazio, molto più tempo, molto più studio e molto più ingegno di quanto possa fare il sottoscritto. Per quanto mi riguarda, ho cercato semplicemente di lanciare un input per far scaturire una riflessione adeguata."

Lucio Garofalo - www.anarchaos.it

Il Sistema non va corretto, ma abolito



Presentiamo un articolo molto interessante apparso sul numero n.44 del 14 dicembre 2009 di Umanità Nova, settimanale anarchico, a firma di Tiziano Antonelli. Questo articolo è da me condiviso sia nello spirito che nella lettera, specie nelle parti riguardanti il tentativo costante di autoassolvimento del Sistema, che giustifica le catastrofi sociali, economiche, culturali e ambientali al suo interno colpevolizzando, di volta in volta, determinati gruppi sociali, etnici, politici, intellettuali, scientifici. La ricerca del capro espiatorio, insomma, serve a mascherare l'unica verità: i guasti del Sistema non sono generati da questo o quel fattore, ma dal Sistema stesso. E non stiamo parlando di un generico sistema autoritario, ma del Sistema capitalistico.

Sottopongo questo articolo alla vostra attenzione:


Attività pratica inconcludente
L'urgenza delle tragedie che hanno come vittime le popolazioni di tutto il mondo spingono molte persone di buona volontà a fare qualcosa di concreto. Queste persone sono spinte a tralasciare ogni impaccio ideologico e ad occuparsi, volta a volta e tutto sullo stesso piano, del Chiapas, del riscaldamento globale, delle persecuzioni dei migranti e così via.
Sotto l'incalzare delle campagne dei media, la realtà viene presentata come un continuo succedersi di sofferenze, che hanno bisogno di un aiuto immediato, senza interrogarsi troppo sulle cause di queste sofferenze e tanto meno sulle cause di queste campagne mediatiche. Questo agitarsi solidaristico, per quanto animato da buone intenzioni, finisce così per non sortire i risultati sperati, e assomiglia piuttosto all'arrancare del criceto nella sua ruota.
Anche il movimento anarchico è coinvolto da questa pratica, dimenticando le parole di Luigi Fabbri, il quale afferma che l'anarchismo non è un'etica individuale, ma una manifestazione proletaria e rivoluzionaria, con criteri e finalità ugualitarie e libertarie insieme.

Dall'insieme caotico alla totalità come molteplicità di relazioni
Le campagne dei media, ma si potrebbe dire tutta l'ideologia dominante, possono essere accomunate come fonti della rappresentazione della società come un insieme caotico, segmentato secondo logiche individuali e di gruppo, siano esse economiche, culturali, etniche, religiose, di status, e chi più ne ha più ne metta.
La rappresentazione delle sofferenze umane come generate dai malvagi di turno – il gruppo politico avverso, i banchieri, gli speculatori, gli immigrati, gli arabi, gli ebrei -, da chi non rispetta le regole, è un'ulteriore forma di autoassolvimento del sistema.
La stessa sociologia ufficiale si limita a descrivere le varie relazioni sociali, mettendole tutte sullo stesso piano, e impedendo di discernere quelle fondamentali, quelle su cui è possibile agire per trasformare la società.
Ora, è indubbiamente possibile arrivare attraverso l'analisi ad individuare questi rapporti; ma non si può credere che questi risultati siano il risultato di una scienza imparziale, siano dei risultati "scientifici": in ogni società la cultura, e quindi anche la scienza, dominante è quella della classe dominante. Questi risultati sono la conseguenza di una scelta rivoluzionaria.

Le indicazioni del programma anarchico
Il programma anarchico inizia con la frase: "Noi crediamo che la più gran parte dei mali che affliggono gli uomini dipende dalla cattiva organizzazione sociale, e che gli uomini volendo e sapendo, possono distruggerli." Quindi, per gli anarchici, i mali che affliggono gli uomini possono essere distrutti solo cambiando la cattiva organizzazione sociale. Ma questo concetto non è il risultato scientifico di una ricerca imparziale, che si impone con la logica delle cose, ma il risultato di una scelta individuale: "noi crediamo". Questa scelta individuale rimanda da una parte all'irrazionalità della scelta rivoluzionaria di fronte alla razionalità capitalista, al buon senso e al senso comune, dall'altra all'esperienza storica di quei giovani generosi che, spinti dalla propaganda di Michele Bakunin, aderirono per primi all'Associazione Internazionale dei Lavoratori, provenendo dalle file dei garibaldini e dei mazziniani.
Il principale ostacolo a quella trasformazione sociale che abolisca la più gran parte dei mali che affliggono l'umanità, è il Governo. "Governo è l'insieme di quegl'individui che detengono il potere, comunque acquistato, di far la legge ed imporla ai governati, cioè al pubblico.
(...) il governo fa la legge. Esso dunque deve avere una forza materiale (esercito e polizia) per imporre la legge, poiché altrimenti non vi ubbidirebbe che chi vuole ed essa non sarebbe più legge, ma una semplice proposta che ciascuno è libero di accettare e di respingere. Ed i governi questa forza l'hanno, e se ne servono per potere con leggi fortificare il loro dominio e fare gl'interessi delle classi privilegiate, opprimendo e sfruttando i lavoratori.". Il Governo e lo Stato sono quindi il principale ostacolo alla trasformazione sociale, ed occorre mostrare come dietro ad ogni problema ci sia l'azione del Governo: "Sempre predicando contro ogni specie di governo, sempre reclamando la libertà integrale, noi dobbiamo favorire tutte le lotte per le libertà parziali, convinti che nella lotta s'impara a lottare e che incominciando a gustare un po' di libertà si finisce col volerla tutta. Noi dobbiamo sempre essere col popolo, e quando non riusciamo a fargli pretender molto, cercare che almeno cominci a pretender qualche cosa: e dobbiamo sforzarci perché apprenda, poco o molto che voglia, a volerlo conquistare da sé, e tenga in odio ed in disprezzo chiunque sta o vuole andare al governo."
Ma questa società che gli anarchici combattono, questa cattiva organizzazione sociale, non è una generica società autoritaria, è la società capitalistica: "la causa principale dì tutte le soggezioni morali e materiali cui i lavoratori sottostanno, è l'oppressione economica, vale a dire lo sfruttamento che i padroni e i commercianti esercitano su di loro, grazie all'accaparramento di tutti i grandi mezzi di produzione e di scambi. (...) Per sopprimere radicalmente e senza pericolo di ritorno questa oppressione, occorre che il popolo tutto sia convinto del diritto che esso ha all'uso dei mezzi di produzione, e che attui questo suo diritto primordiale espropriando i detentori del suolo e di tutte le ricchezze sociali e mettendo quello e queste a disposizione di tutti."
Ecco quindi che all'interno del pensiero anarchico viene delineata sia la struttura della società, con il ruolo preminente del Governo e il risultato dello sfruttamento capitalistico, sia i mezzi per trasformare questa società. Lo ripeto ancora una volta: questi concetti non sono nati solo dall'analisi sociale ed economica, ma si sono formati all'interno della Prima Internazionale, sulla base del dibattito e dell'esperienza di lotta delle avanguardie proletarie che ne facevano parte.
Tutto questo ci porta al di là della semplice descrizione impressionistica ed emotiva della realtà attuale e fornisce gli strumenti razionali della trasformazione sociale.

martedì 22 dicembre 2009

La Grecia torna ad incendiarsi

Fuoco! Il quieto vivere di Atene e di molte altre grandi città elleniche è svanito da un giorno all'altro, incendiato dalle molotov dei rivoltosi e soffocato dai lacrimogeni della polizia. Domenica era il 6 dicembre, anniversario dell'omicidio di Aleaxandros "Alexis" Grigoropoulos, quindicenne freddato dalla pallottola di un poliziotto il 6 dicembre 2008, e nessuno si è presentato impreparato. Non le migliaia di anarchici e comunisti pronti per scendere in piazza e attrezzati di tutto punto. Non le centinaia di attivisti arrivati nei giorni precedenti nel paese, con grande apprensione delle autorità. Non i mediattivisti: sono decine i blog e i siti di controinformazione che, da subito, riportano aggiornamenti in svariate lingue, fotografie, video. E nemmeno la polizia: diecimila uomini solo nella capitale, le squadre in motocicletta delle Delta forces pronte a caricare i cortei, e soprattutto decine di arresti preventivi già nella giornata di sabato, tra cui cinque compagni italiani.
Le cronache della giornata di domenica, come riportateci dal sito dei comunisti libertari londinesi, parlano dell'attacco della polizia al corteo previsto alle ore 13, ancora prima della partenza, e della pronta risposta dei manifestanti a suon di barricate in fiamme e sassaiole. Due i feriti tra i compagni. Scontri anche a Salonicco, Larissa, Patrasso e Heraklion. Anche nella giornata di lunedì, mentre chiudiamo il giornale, si stanno verificando scontri tra manifestanti e polizia, distrutte vetrine, cabine del telefono e fermate del bus.
Sembra di essere tornati a un anno fa, alle tre settimane di rivolta ininterrotta che tennero sotto scacco la Grecia e galvanizzarono gli spiriti ribelli di mezzo mondo. Ma in Grecia intanto qualcosa è cambiato. Lo slogan "Merry Crisis and Happy New Fear" con cui alla vigilia di natale si concludeva la fase più accesa della rivolta faceva riferimento allora ad una debacle economica internazionale ancora agli inizi, le cui conseguenze stavano solo iniziando a uscire dall'iperboreo mondo della finanza e a farsi sentire sulle vite quotidiane dei popoli. Un anno dopo la situazione nel paese ellenico è precipitata, e non c'è traccia di quegli "accenni di ripresa" di cui si riempiono la bocca molti leader occidentali. Il Pil continua a calare. La disoccupazione sfiora il 10%, si stima che il debito pubblico possa superare nel 2010 il 120% del prodotto interno lordo. L'Ocse si dice preoccupata, la Commissione Europea ha avviato una procedura d'infrazione per deficit eccessivo. La finanziaria in discussione in questi giorni prevede il blocco delle assunzioni nel settore pubblico e il congelamento delle pensioni e dei salari dei dipendenti pubblici sopra i 2000€. Un provvedimento che interesserebbe circa 900.000 persone, un cittadino su dodici.
In questo contesto, le cronache hanno riportato, nell'ultimo anno, la ripresa della lotta armata da parte di gruppi marxisti e anarchici in clandestinità e, per contro, l'adozione di politiche xenofobe con la nuova legge sull'immigrazione voluta dal governo uscente, a cui è seguito un rafforzamento elettorale dell'estrema destra (al 7% alle elezioni di ottobre).
L'altra grossa differenza è che ad affrontare questa crisi non ci sono più i conservatori, ma i socialisti del Pasok, secondo molti analisti aiutati nella loro affermazione nelle consultazioni dello scorso ottobre dai moti di piazza dell'inverno precedente. Qualche anima bella potrebbe sognare una maggiore apertura verso le istanze dal basso. Ma quando mai! Socialisti e socialdemocratici europei, ben lungi dall'aver mai avvicinato per via riformista la giustizia sociale, hanno invece una lunga tradizione di nemesi dei moti popolari, comunisti o libertari. Senza bisogno di scomodare le infamie staliniste, dalla repressione della rivoluzione spagnola in poi, basti ricordare cosa avvenne in Germania, dove il socialdemocratico Gustav Noske per reprimere le sollevazioni tedesche del 1918-19 non esitò a far rapire e assassinare Rosa Luxembourg e Karl Liebknecht, e dove le forze socialiste aprirono la strada con l'inazione all'ascesa nazista del 1933, o in Italia, dove il Psi e il neonato Pci furono prima i pompieri del biennio rosso e poi fecero di tutto per depotenziare il movimento degli Arditi del Popolo, ultima speranza di frenare l'ascesa fascista, fino al tradimento degli ideali rivoluzionari di cui era permeata la resistenza, negli anni '50 e '60.
Così oggi nella Grecia sull'orlo della bancarotta governata dal Pasok la repressione della sollevazione strada per strada è ancora più feroce, determinata e violenta dell'anno scorso. Ancora una volta, più crisi, più paura. Ma i rivoltosi, da quel che ci giunge dalle strade greche, non sembrano troppo impauriti. E se la lezione argentina di inizio decade ci ha insegnato qualcosa, possiamo prevedere che con l'economia al collasso non tutte le simpatie popolari vadano ai governanti e ai loro birri.

Umanità Nova, n. 44 del 14 dicembre 2009, anno 89.

Circolo Libertario Ponte di Nona




Mi rivolgo a tutte le libere ed eguali individualità residenti a Roma. Mi rivolgo a tutti coloro che credono nella Libertà, nella Giustizia Sociale, nell'Autorganizzazione. Mi rivolgo a tutti coloro che sono stanchi della politica dei partiti, che vendono per "partecipazione" quella che in realtà è solo una autolegittimazione. Mi rivolgo a tutti coloro che credono nell'azione diretta come strumento di lotta politica. Mi rivolgo a tutti coloro che vogliono realizzare una Opposizione al dominio dispotico in cui siamo costretti.

Mi rivolgo a tutti... e a ciascuno. Perchè va ripresa una coscienza individuale, non più collettiva. Perchè l'emancipazione di tutti è conseguenza, non causa, dell'emancipazione di ciascuno. Perchè non bisogna più essere "massa", ma "individui liberi ed eguali". Bisogna chiudere con le infatuazioni comunitaristiche, con le logiche corporative che hanno infettato anche il campo della sinistra.

Bisogna essere pronti a dimostrare che qualsiasi potere proveniente dall'alto è sempre dispotico, antidemocratico, illiberale. La democrazia o è diretta dal basso o non è. Le strutture democratiche devono essere sempre e solo le libere e volontarie associazioni tra liberi ed eguali individui. Nessuna struttura, nessuna gerarchia, nessun organismo politico.

Se condividi questi propositi, aiutaci a costruire il Circolo Libertario Ponte di Nona: un punto di incontro, confronto e discussione.

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